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C’è un posto in Sicilia, ad occidente, dove la terra vulcanica alta e rombante, finalmente s’acquieta, s’allarga d’improvviso al mare, e come focosa amante l’accoglie infine. L’una e l’altro si stendono in piane liquide immense e scintillanti, costellate d’isole di verde che sfumano nel cobalto del mare, e sotto il sole e il vento distillano e s’instillano di vino e di sale. Quel posto si chiama come di grande ch’è fermo, Lo Stagnone di Marsala.
L’Uomo, animale opportunista, n’approfitta E da tremila e più anni S’industria d’ingrandire I frutti dell’amplesso. Fà del Sale il suo mestiere, E girando l’acqua nelle vasche Colora di rosso e di bianco la liquida distesa, In alchemica mistura fino a tre volte l’anno Per cogliere nel desinare il salso sapore dell’abbraccio. Pianta filari di vigna, bassi a favore di vento, ombrosi a cagione del sole, raccogliendo dolci e sapidi grappoli di Grillo. Ne fa vino e lo beve, inebriando di salso Fin le più lontane contrade del mondo.
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